Mi sto lasciando comprare da 9 milioni di pixel e da un tecnologia 4k. Non va bene, nono. Da una immagine nitida, reale; poco ci manca che io mi converta al 3D. Non sia mai! Il cinema sta perdendo l’anima! Voglio una sala da proiezioni in periferia, con sedie di legno e lampade ad olio! Rivoglio la sua anima! È stata barattata per cosa poi? Per una riproduzione più reale della stessa realtà? Non ha assolutamente senso.
Il cinema è una cosa come il treno: non bisogna dimenticarne il lato romantico, non asservito al potere. Bisogna tornare alle origini!
Ridatemi la locomotiva a vapore, ridatemi il cinematografo!
Uno viveva ad A e Due viveva a B. Non ci si spiegava il percome e il perché, ma Due riusciva sempre a trovare la strada per arrivare ad A. Ad Uno sarebbe piaciuto poter ricambiare e con la sua macchina caricata a lealtà e sorrisi si metteva in strada; ma per arrivare a B c’era sempre un gran traffico, per non parlare della strada impervia che aveva cartelli sbagliati su ogni lato della strada: era qualcosa di spiegabile, Uno non si arrendeva e un giorno sarebbe riuscita a entrare nella testa di A.
La verità è che ogni tanto dobbiamo arrenderci: i tipi come Due hanno le possibilità di fare molto per gli Uno di questo mondo (e lo fanno) anche se questi ultimi non potranno mai riuscire a fare lo stesso. Il bello però è che c’è l’insieme dei numeri Reali per supplire a queste mancanze. Le amicizie non sono insieme chiusi, ed è molto meglio così.
È vertrano. Cercassaggi da scriviarti e sbrodocare la primosa che menniente: senzenso. Dirtorrei ma pare che io non possa far altro che scrivere così.
… L’intelletto umano è bizzarro, e ancor di più lo è quel processo mentale che fa accavallare e che concatena pensieri e ricordi. Appunto per questo associare e incatenare e rimandare e ricordare, il signor Warren, l’ultimo giorno dell’anno 1999, si trovava a riflettere sulla sua miserevole vita.
Mi sento esattamente come quel pesce rosso nell’acquario.
Tra gli undici e i tredici anni ho portato l’apparecchio: lo ammetto, sono stato sorriso d’argento pur’io. Ho passato un pomeriggio al mese, per sedici mesi, nella sala d’aspetto del mio dentista. è una sala piuttosto semplice, la cui disposizione dei mobili cambiava a seconda dell’estro creativo del dottor B., il dentista appunto. Tale estro era piuttosto variabile; mi ricordo in particolare di un quadro similperuviano: due donne in primo piano con questi piedi enormi, poi i colori, colori caldi: arancio, rosso, giallo. Poi è stato soppiantato da uno schermo LCD last generation.
In ogni caso quell’acquario, benchè si spostasse da un angolo all’altro della stanza, aveva sempre richiamato la mia attenzione. Mi ricordavo allora (e mi ricordo adesso) di quando ero più piccola e per ingannare il tempo mi avvicinavo al vetro e seguivo i movimenti di quei pesci. All’epoca c’erano due pesci neri, che sembravano cattivi. Rincorrevano le bolle, loro. E i pesci più piccoli si nascondevano nei vasi decorativi arenati sull’abisso dell’acquario, loro.
Ora sono qui, nella sala d’aspetto che ha fatto compagnia al povero pesciolino coll’apparecchio che ero. Ora l’apparecchio non ce l’ho più. Ma l’acquario c’è ancora. Ci sono due pesci rossi, piuttosto grossi. E altri due pesci neri che se ne stanno rintanati nel vaso ornamentale immerso nel profondo blu dell’acquario. Dicono che i pesci rossi possano duplicare, triplicare la loro grandezza a seconda dell’estensione dell’ambiente in cui si trovano. Io mi sento esattamente come quel pesce rosso nell’acquario, quello che continua a sbattere contro il vetro, non quello che segue le orme dei precedenti inquilini e segue le bolle. Dicono che i pesci rossi abbiano una memoria estremamente limitata: poco più di 10 secondi. In questo modo non riescono ad estrapolare dalla loro esperienza una legge che impedisca loro di continuare a cozzare contro il vetro. Sono testardi, sotto alcuni punti di vista, ma se ne vogliono andare. Vogliono diventare più grossi. Così io mi sento esattamente come quel pesce rosso nell’acquario: limitato e testardo.
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